RAGGI CAMMA

"Leggere è niente. Il difficile è dimenticare ciò che si è letto.."

La stagione dell’amore

Le righe che seguono non sono un vero e proprio racconto bensì una riflessione che ho ricevuto via posta elettronica. Chi è l’autore? Un amico? Un conoscente? Un lettore? Non importa francamente. Mi sono limitato a riadattarne alcuni passaggi senza alterare le sfumature. Il tutto con il sottofondo delle note del maestro Franco Battiato. Perché La stagione dell’amore viene e va….

La valigia era pronta da ore. Aperta sul letto come una bocca che non chiedeva più nulla. Dentro, l’essenziale: camicie leggere, un libro lasciato a metà, il caricatore del telefono.

Fuori, la notte siciliana aveva quella calma che arriva solo quando l’estate ha già deciso di finire.

Viveva a Londra da anni, ma ogni agosto tornava lì. Stesse strade, stesso mare, stessi bar con il fascino immutato dell’arredamento: tavolini storti e sedie di plastica. Tornava senza aspettarsi niente ed era forse per questo che qualcosa, ogni volta, accadeva.

Prima di dormire prese il telefono. Scorse distrattamente le notizie, qualche messaggio rimasto in sospeso. Poi si fermò su una foto.

Era lei.

Indossava una maglia gialla. Il colore acceso contrastava con la sera che le stava alle spalle. I lunghi capelli neri scendevano sulle spalle. Le labbra rosse, piene. Lo sguardo divertito ma profondo. Non sorrideva davvero ma sembrava serena. Una serenità imperfetta, di quelle che durano il tempo di uno scatto.

Non c’era stato nulla.  Solo qualche chiacchiera, un caffè bevuto senza fretta, un paio di incontri al lido del paese. Lei era più giovane. Lui la ricordava poco più che ragazzina: abitava nel palazzo vicino. Rivederla così era stata una scoperta inattesa. Quasi fuori tempo. Quasi fuori dal tempo.

Avevano parlato poco eppure abbastanza. Di cose leggere, come succede quando non si vuole complicare niente. Di dove si vive, di dove si vorrebbe tornare, di libri, di mare e di sogni semplici. Senza promesse, senza domande che avrebbero richiesto risposte.

Ora, guardando quella foto, capiva che non era lei a mancare. Era il tempo.

Quel tempo breve e sospeso che l’estate concede. E che poi si riprende senza spiegazioni.

Sapeva che il mattino dopo sarebbe partito. Londra lo aspettava con la sua normalità precisa, con i ritmi giusti, con la vita che aveva scelto. Quella magia, invece, restava lì. In un paese che non cambiava mai davvero ma che ogni anno sembrava un po’ più lontano ma sempre più nascosto nelle pieghe dei sentimenti migliori.

Spense il telefono. Chiuse la valigia. 

Non c’era tristezza. Solo una lieve, dolce e cruda consapevolezza: certe stagioni non si trattengono. Tornano. Forse. Ma non nello stesso modo.

Ogni estate sembra promettere qualcosa ma, alla fine, si limita a lasciarne intravedere il contorno. Un volto, una voce, un colore che resta addosso più del previsto. Non abbastanza da cambiare una vita ma sufficiente a farne vibrare i contorni per un istante.

Il mattino sarebbe arrivato presto. Il viaggio, il lavoro, le abitudini lo avrebbero rimesso al loro posto. Sapeva però che, nei giorni più distratti, quell’immagine sarebbe tornata. Non come rimpianto ma come memoria gentile. La prova che, per un momento, era stato possibile sentire il tempo fermarsi.

Perché la stagione dell’amore non chiede di essere vissuta fino in fondo.

Chiede solo di essere riconosciuta mentre passa.


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