Ogni pomeriggio, puntuale come un orologio fermo, intorno alle 17:30, esco per una passeggiata. Non è una passione, ma una necessità: una di quelle abitudini che si acquisiscono quando la sedentarietà comincia a disegnare forme tonde sul proprio corpo. Gli esperti, d’altro canto rassicurano: “Camminare fa bene al corpo e alla mente.” E così cammino, felice di sapere che quel deambulare fa bene al sistema circolatorio, favorisce l’ossigenazione di tessuti ed organi e stimola il sistema nervoso. Cammino. Amen.
La mia passeggiata ha un rituale: una sosta al solito bar per un caffè. Un piccolo approdo sicuro abitato da volti conosciuti. Un luogo dove scambiare due battute che non impegnano, parlare del più e del meno, dei risultati delle partite di calcio, delle tasse, del tempo, del caro benzina e dell’ultima guerra. È lì che, qualche tempo fa, ho notato una faccia nuova. Un quarantenne cordiale, di quelli che entrano in scena senza chiedere permesso ma senza l’arroganza del primo attore.
Era appena arrivato in città per lavoro, mi disse. Con il passare del tempo le nostre disquisizioni divennero una piacevole consuetudine. Davanti ad un caffè si dicono, cose così serie che puoi raccoglierle con il cucchiaino sul fondo della tazzina.
Nelle settimane successive qualcosa cambiò in lui. Una vera e propria mutazione prese forma. Il passo era la prima cosa che balzava all’occhio : l’andatura rilassata cedette il posto a un trotto nervoso, quasi affannato. Sembrava portare il peso di mille urgenze. Poi il linguaggio: da un giorno all’altro introdusse un vocabolario nuovo, infarcito di inglesismi come se fosse stato folgorato da un manuale di management buono per qualsiasi professione e scritto da uno di quei guru che popolano il web.
Infine spuntò lo zaino. Uno di quei modelli aziendali che gridano l’appartenenza ad un microcosmo e che fanno da compagni di marcia ai soldatini nelle lande affollate delle nostre città. Dentro lo zaino con il passare dei giorni, vidi accumularsi ogni sorta di gadget tecnologico: laptop, tablet, smartphone, pen drive, una penna digitale per tablet, auricolari, cuffie.
I nostri incontri si fecero sempre più brevi. Arrivava, prendeva il caffè e scappava via. Non c’era più tempo per quelle meravigliose chiacchiere futili sul tempo o sull’ultima crisi di governo. A volte riuscivo ad inchiodarlo al bancone del bar, con manovre studiate e programmate. Volevo a tutti i costi osservare da vicino quella mutazione e forzare il suo tempo allo scorrere lento del mio. “Come va carissimo? La vedo molto impegnato” gli chiesi un pomeriggio. “Bene bene. Tra poco scappo perché ho una call molto importante schedulata da tempo”. Mentre parlava teneva in mano lo smartphone come se dal contatto con esso dipendesse il battito del cuore. Le conversazioni dei giorni seguenti seguirono questo schema. Ogni volta che chiacchieravamo notavo però in lui una sofferenza fisica, un disagio che si concentrava sul collo. Parlava e si toccava il collo, come a cercare di liberarsi da qualcosa che lo soffocava. La scena si ripeteva giorno dopo giorno. Ordinava il caffè, chiudeva una chiamata, controllava le email, rispondeva ad un messaggio, ingollava il caffè. “Si sente bene?” gli domandai durante una delle sue apparizioni “Si si è che ho un fastidio al collo..” Lo osservai e notai che sudava, respirava a fatica e che il collo era colorato da segni rossi. Lo rividi qualche giorno dopo seduto al tavolino del bar impegnato in una call. Pc davanti, tablet a fianco e smartphone in mano. Notai che continuava a toccarsi il collo e che i segni erano sempre di più e sempre più rossi. Il viso era emaciato, le occhiaie pronunciate gli occhi spiritati. Poi per qualche giorno sparì.
Un pomeriggio della settimana seguente, come sempre alle 17:30 uscii da casa e raggiunsi il bar per prendere il solito caffè. Stavo per portare la tazzina alle labbra quando egli riapparve. Era accanto alla porta, vestito di tutto punto, completo blu, camicia bianca, cravatta, mocassino e al collo aveva un collare. Un collare rosso sfavillante. Al collare era legato un guinzaglio anch’esso rosso. Ad alternarsi al comando del guinzaglio c’erano, alternativamente, lo smartphone, il tablet ed il pc. Vagava per il bar con aria felice come coloro che hanno abdicato alla fatica del vivere e si fanno guidare dal caso o da un tiranno.
Dopo un po’ mi vide, staccò il guinzaglio dal collare e mi raggiunse. Come se si fosse svegliato da un sogno si avvicinò e mi fissò. “Gradisce un caffè ?” Gli chiesi. “Si, si grazie. Ho giusto il tempo di un caffè. Almeno così mi è stato detto”. Facemmo la nostra ordinazione e bevemmo senza proferir parola. Il silenzio era piuttosto carico di imbarazzo così gli domandai come stesse. Mi rispose dopo un attimo :“ Bene grazie”. Lo guardai con stupore e pietà ferito dall’assurdità di quella risposta . Accortosi del mio sguardo ebbe come un attimo di lucidità. Si guardò intorno e cominciò a camminare all’interno del bar. L’andatura sembrava tornata quella rilassata di un tempo. Camminava in quello spazio limitato come chi riacquista una facoltà perduta o dimenticata. Camminava e po si fermò. Fermo, immobile fissava lo smartphone, il tablet ed il pc. Li osservò per qualche secondo con uno sguardo che trasmetteva allo stesso tempo rabbia e timore. Portò la mano al collare e posò lo sguardo su di me. Con voce roca sussurrò :”Grazie per il caffè”. Improvvisamente come un centometrista al colpo di pistola scattò via. Uscì dal bar e si mise a correre per strada. Fu l’ultima volta che lo vedemmo.
Nelle settimane successive si rincorsero diverse voci sulla sua sorte. Qualcuno affermava che fosse tornato al suo paese, altri riferivano con sicurezza, che fosse diventato un eremita e che vivesse tra le montagne. Altri giuravano di averlo visto, in gabbia, in un canile.

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